Vaffanculo a tutti quelli che mi dicevano "ce la farai, sì ce la farai sono sicuro."
E non ce l'ho fatta. All'inizio me l'aspettavo anche, ma per colpa di tutti quelli che mi raccontavano stronzate mi son convinta dell'opposto. E ora che dovrei fare?
Voglio scomparire.
Ho sempre detto che è meglio essere pessimisti nella vita e ritornerà così.
A poche palle perfavore, niente persone che mi dicono o povera dai più avanti, non voglio la compassione di nessuno.
giovedì 10 settembre 2009
sabato 8 agosto 2009
Cioè, ma io boh...
Ma la gente non si è ancora stancata degli horror tutti uguali? Conosco persone che si cagano ancora addosso davanti a questi film, e mi scervello veramente cercando di capire come fanno. Cosa dovrebbe far paura, la gente che esce all'improvviso urlando? Queste domande retoriche sono spiegate dal fatto che ho appena visto Halloween - The Beginning, di Rob Zombie con, orrore degli orrori, Malcom McDowell. Non mi capacito veramente. Uno si aspetta che dopo aver collaborato a realizzare uno dei più grandi capolavori del regista dei registi un attore non abbia problemi a trovar lavoro, no? Anche se non hai mai fatto un cazzo prima in vita tua, ormai hai lavorato con Kubrick, sei praticamente un professionista se ne sei uscito vivo, no? Evidentemente non è così, visto che Malcom McDowell non è riuscito a fare nemmeno un film decente a parte Arancia Meccanica. Ma nemmeno uno che faccia schifo però è famoso e gli ha fatto far quattrini. Niente di niente. Comunque, non capisco come ci si faccia a spaventare a vedere sto film. Allora, lui è uno psicopatico, ammazza la famiglia, viene rinchiuso, evade, inizia a far fuori gente, prende di mira sta tizia, arriva un tipo ad aiutarla, il tipo gli spara, lo psicopatico sembra morto, ma all'improvviso "YAAAAAHH! non mi hai fatto un cazzo, tre pallottole calibro 523 in corpo me fanno un baffo, sono Superman!", lo psicopatico ammazza il tizio, la tizia si caga sotto, ma poi si salva. Penso di aver riassunto così l'80% dei film horror. Ma basta inventatevi un altro genere, non se ne può più, non è possibile che il mondo sia così a corto di idee. Quando vedo questa roba mi convinco che potrei diventare veramente una grande regista senza fare niente di originale. Ma so già che non lo farò mai. Il mio obbiettivo è quello di fare un film su una qualche creatura magica sexy o una di quelle commedie romantiche che tutte le ragazzine e le checche si fiondano a vedere (vabè che ogni tanto si vuol vedere un film in cui non bisogna pensare, ma di questo passo verranno le piaghe da decupito al cervello a tutti), fare un sacco di soldi e non avere più problemi economici per il resto della mia vita. O magari scrivere una canzone "sono bella sono figa tu mi vuoi io ti voglio scopiamo ora scopiamo subito" trovarmi una troietta disposta a cantarla e a spogliarsi e così qualche bel miliardo è fatto. Anche se non mi viene in mente nessun motivetto stupido posso riciclare una canzone degli anni 60, lo fanno tutti in continuazione. Un giorno lo farò davvero < convinta
giovedì 2 luglio 2009
Synecdoche, New York
E' un sacco di tempo che non scrivo niente, e a dir la verità non ne ho nemmeno tanta voglia, ma devo assolutamente scrivere qualcosa su questo film che mi ha molto colpita. Il regista è Charlie Kaufman, secondo me uno dei più grandi sceneggiatori, autore di pellicole un po' surreali come Eternal Sunshine of the Spotless Mind e Human Nature, di Michel Gondry, o Essere John Malkovich e Adaptation (Il Ladro di Orchidee) di Spike Jonze (che tra l'altro sti due registi sono considerati, insieme a Floria Sigismondi, la santa trinità dei video musicali). Trovandomi di fronte un film non solo ideato, ma anche prodotto e diretto da Kaufman, ho subito pensato che avrebbe fatto il passo più lungo della gamba, facendosi prendere da manie di grandezza, e invece devo dire che non è proprio niente male come regista. Sin dai primi minuti dà all'occhio come riesca a dare alle azioni e ai dialoghi un ulteriore senso di quotidianità e naturalezza: nella primissima scena il protagonista, Caden, interpretato da Phillip Seymour Hoffman, si sveglia e si alza dal letto. Già da queste piccolezze si nota la bravura del regista e il tono che avrà il resto del film. Infatti il tutto avviene esattamente come lo farei io, o chiunque altro: se ne sta sdraiato a fissare il vuoto per qualche secondo che sembra infinito. Si gira di fianco. Vede la sua immaigne riflessa allo specchio. Sta fermo a fissare se stesso per qualche altro secondo. Si mette gli occhiali e continua a guardarsi.
Insomma, trama: Caden è un regista teatrale sposato a un'artista di miniature e con una bambina di 4 anni. In seguito a un suo grande successo, gli viene messo a disposizione un enorme teatro in cui realizzare qualcosa di spettacolare. A lui viene l'idea di modellare un copia di quella che è la vita vera, basandosi sulla propria, creando un enorme quartiere in cui attori reciteranno. Intanto, la moglie e la figlia lo abbandonano e se ne vanno a Berlino. Gli anni passano senza che lo spettatore se ne renda nemmeno conto, e il set teatrale continua a ingrandirsi, sempre più attori vengono ingaggiati, ma lo spettacolo non è ancora pronto. Vengono presi anche degli attori per fare il ruolo di Caden e la sua segretaria, con cui è sempre stato coinvolto emotivamente, e la vita reale inizia a mescolarsi con la finzione: non si capisce più quali luoghi siano scenografie e quali no, cosa accada veramente o sia solo improvvisazione. Anche gli attori cominciano a diventare troppo somiglianti alla persona che devono imitare, l'interprete del protagonista finisce con l'avere le stesse emozioni depresse di Caden, e per un periodo Hazel, la segretaria, preferisce questo a Caden. So che questa mia specie di riassunto non è soddisfacente, ma è talmente difficile parlare di qualcosa così confusionario e non lineare. La trama alla fine non ha nemmeno tanta importanza. Finisce che piano piano tutte le persone che lo circondano muoiono ed è come se Caden si svegliasse da un lungo coma, e per lo spettatore, o almeno per me, è come se avesse vissuto lui stesso tutta la vita del protagonista e come se anche lui stesse per morire.
Credo che il senso di questo film si possa riassumere in una frase... Ne Il Favoloso Mondo di Amelie c'è il perosnaggio di uno scrittore fallito che ogni tanto tira fuori qualche bell'aneddoto, ma nessuno se lo fila, verso l'inizio dice qualcosa tipo "La vita è la continua improvvisazione di uno spettacolo che non andrà mai in scena". Ma descrive anche un po', come dire, il senso della nostra esistenza: la vita non è rose e fiori, anzi, è un continuo complesso di dispiaceri, preoccupazioni, ansie e un senso di inadeguatezza.
Il titolo è un gioco di parole tra Schenectady, il quartiere di New York in cui si svolge la storia, e la sineddoche, figura retorica che sta a indicare una parte per il tutto. E il motivo è che il set teatrale per il protagonista e per chiunque altro che ci abbia a che fare sta per il mondo intero, quello che accade lì è quello che accade ovunque.
Conclusione: CHARLIE KAUFMAN é UN GENIO. DIECI.
Insomma, trama: Caden è un regista teatrale sposato a un'artista di miniature e con una bambina di 4 anni. In seguito a un suo grande successo, gli viene messo a disposizione un enorme teatro in cui realizzare qualcosa di spettacolare. A lui viene l'idea di modellare un copia di quella che è la vita vera, basandosi sulla propria, creando un enorme quartiere in cui attori reciteranno. Intanto, la moglie e la figlia lo abbandonano e se ne vanno a Berlino. Gli anni passano senza che lo spettatore se ne renda nemmeno conto, e il set teatrale continua a ingrandirsi, sempre più attori vengono ingaggiati, ma lo spettacolo non è ancora pronto. Vengono presi anche degli attori per fare il ruolo di Caden e la sua segretaria, con cui è sempre stato coinvolto emotivamente, e la vita reale inizia a mescolarsi con la finzione: non si capisce più quali luoghi siano scenografie e quali no, cosa accada veramente o sia solo improvvisazione. Anche gli attori cominciano a diventare troppo somiglianti alla persona che devono imitare, l'interprete del protagonista finisce con l'avere le stesse emozioni depresse di Caden, e per un periodo Hazel, la segretaria, preferisce questo a Caden. So che questa mia specie di riassunto non è soddisfacente, ma è talmente difficile parlare di qualcosa così confusionario e non lineare. La trama alla fine non ha nemmeno tanta importanza. Finisce che piano piano tutte le persone che lo circondano muoiono ed è come se Caden si svegliasse da un lungo coma, e per lo spettatore, o almeno per me, è come se avesse vissuto lui stesso tutta la vita del protagonista e come se anche lui stesse per morire.
Credo che il senso di questo film si possa riassumere in una frase... Ne Il Favoloso Mondo di Amelie c'è il perosnaggio di uno scrittore fallito che ogni tanto tira fuori qualche bell'aneddoto, ma nessuno se lo fila, verso l'inizio dice qualcosa tipo "La vita è la continua improvvisazione di uno spettacolo che non andrà mai in scena". Ma descrive anche un po', come dire, il senso della nostra esistenza: la vita non è rose e fiori, anzi, è un continuo complesso di dispiaceri, preoccupazioni, ansie e un senso di inadeguatezza.
Il titolo è un gioco di parole tra Schenectady, il quartiere di New York in cui si svolge la storia, e la sineddoche, figura retorica che sta a indicare una parte per il tutto. E il motivo è che il set teatrale per il protagonista e per chiunque altro che ci abbia a che fare sta per il mondo intero, quello che accade lì è quello che accade ovunque.
Conclusione: CHARLIE KAUFMAN é UN GENIO. DIECI.
giovedì 28 maggio 2009
Il solito piccolo sfogo...
Sono appena tornata dalla strizzacervelli e abbiamo avuto un attimo una discussioncina. Su cosa? Sul cinema ovviamente, io tanto non so parlare d'altro. Non ho idea di come siamo passati a parlare dai dentisti all'"arte" fatta esclusivamente per il guadagno... Da quando ho visto Disastro a Hollywood lo tiro sempre fuori, quello recente con De Niro, Turturro, Bruce Willis e Sean Penn, perchè ti da un perfetto esempio di come funziona l'industria cinematografica in questi giorni, il conflitto tra incasso e passione. A parte che io mi chiedo veramente come mai un film con un cast spettacolare come questo non se lo sia cagato veramente nessuno. Forse per il fatto che si tratta di una commedia ironica che dovrebbe condurti a riflettere? Non sia mai che bisogna usare il cervello, è un tabù ormai, facciamoci lobotomizzare tutti. Comunque, nella trama, tra i vari guai che passa questo produttore (Robert De Niro), mi ha colpito particolarmente quello del regista e il cane. Praticamente questo regista ha girato un film d'azione, attore principale Sean Penn, in cui alla fine l'eroe viene finalmente trovato dai cattivi, e proprio quando stanno per ucciderlo un cane, che a quanto pare l'ha seguito per tutto il film, ha iniziato ad abbaiare e i cattivi hanno quindi ucciso prima lui poi il protagonista. Ora che ci penso sta storia ricorda un poco Balla coi Lupi, quando sparano a Due Calzini: è una scena molto triste, inguardabile quasi, perché bisogna prendersela con un innocente lupacchiotto? Ma senza quella scena il film non credo sarebbe stato lo stesso, avrebbe perso molto. Comunque, torniamo a Disastro a Hollywood, ovviamente alla prima il pubblico rimane scandalizzato, e i produttori si scatenano dicendo che il cane non deve morire, esclusivamente per la reazione del pubblico. Il regista a questi punti è disperato, ha messo cuore e anima in quel finale, ha espresso tutto se stesso e ora il lavoro di cui andava tanto fiero rischia di diventare un niente. Non è esattamente così che vanno le cose? Se il cane sopravvive la pellisola diventerà famosissima per un mese, poi però diventerà uno dei tanti film d'azione tutti uguali, se invece il cane muore, probabilmente non avrebbe un vasto pubblico, ma si differenzierebbe dalla massa, e magari un giorno diventerebbe anche un cult, chi lo sa. E' un po' una cosa stupida quella del cane, alla fine Disastro a Hollywood è una commedia basata su situazioni assurde, ma spiega perfettamente come l'industria cinematografica preferisce fare tanti film tutti uguali che però hanno un incasso sicuro. Ma chi l'ha inventata sta storia che il cinema dovrebbe essere un arte?? Pffff, bisogna guardare solo al profitto, come fanno le industrie dei vestiti. Ma il problema maggiore non sono i produttori, secondo me, ma il pubblico. E' il pubblico che vuole vedere delle stronzate, è il pubblico che vuole i cinepanettoni. Qualcuno può sollevare l'obiezione "ogni tanto c'è bisogno di guardare un film non impegnativo, in cui non c'è bisogno di pensare". E' vero, ma non sempre, il pubblico oggi guarda SOLO le stronzate. E poi anche io ammetto che a volte ho voglia di guardare qualcosa di leggero, ma per questo non mi metto di certo a guardare Boldi e De Sica che fanno i film tutti uguali, con i soliti sketch e che fanno delle espressioni che ti fanno veramente venir voglia di vomitare (prova a dirlo 5 volte velocemente "veramente venir voglia di vomitare, venarmente venim boglie di bomitare..."), piuttosto mi guardo Singing in the Rain, o i Monty Python se ho proprio voglia di ridere, o qualche commedia spensierata.
Ora, mi sono resa conto, che forse questo è dovuto a come una persona è stata cresciuta ed educata. Forse mi sopravvaluto, ma io ritengo di avere dei gusti cinematografici leggermente superiori alla media della mia età. E per questo devo ringraziare mio padre, che sin da quand'ero piccola mi ha nutrito di cinema. Se fosse stato per mia madre credo che a quest'ora starei piagnucolando davanti a La Vita Segreta di una Teenager Americana. Ma per dire, quando ero proprio in fasce, a parte i cartoni della Disney e Paperino Superstar che sono inevitabili, mi faceva vedere Blob Cartoon, con i cortometraggi di Tex Avery (quello di Droopy e Daffy Duck per intenderci, quello che ha ideato il lupo che impazzisce e sbava quando vede cappuccetto rosso), che in effetti sono una spanna sopra a tutto il resto, una rivoluzione nel mondo dei cartoni animati. Questo è il mio preferito. Tra i 10-12 anni mio padre mi metteva davanti ai film di Kubrick e Sergio Leone, e io già ne andavo pazza. Credo sia per questo che sto sempre a lamentarmi del cinema indecente e son sempre critica su tutto. Quindi fatemi un piacere, per tutti i genitori e futuri genitori, non crescete il vostro figlio con film e programmi televisivi scadenti, perché un giorno ne risentirà.
Ora, mi sono resa conto, che forse questo è dovuto a come una persona è stata cresciuta ed educata. Forse mi sopravvaluto, ma io ritengo di avere dei gusti cinematografici leggermente superiori alla media della mia età. E per questo devo ringraziare mio padre, che sin da quand'ero piccola mi ha nutrito di cinema. Se fosse stato per mia madre credo che a quest'ora starei piagnucolando davanti a La Vita Segreta di una Teenager Americana. Ma per dire, quando ero proprio in fasce, a parte i cartoni della Disney e Paperino Superstar che sono inevitabili, mi faceva vedere Blob Cartoon, con i cortometraggi di Tex Avery (quello di Droopy e Daffy Duck per intenderci, quello che ha ideato il lupo che impazzisce e sbava quando vede cappuccetto rosso), che in effetti sono una spanna sopra a tutto il resto, una rivoluzione nel mondo dei cartoni animati. Questo è il mio preferito. Tra i 10-12 anni mio padre mi metteva davanti ai film di Kubrick e Sergio Leone, e io già ne andavo pazza. Credo sia per questo che sto sempre a lamentarmi del cinema indecente e son sempre critica su tutto. Quindi fatemi un piacere, per tutti i genitori e futuri genitori, non crescete il vostro figlio con film e programmi televisivi scadenti, perché un giorno ne risentirà.
sabato 23 maggio 2009
Portami con te tra misteri di angeli e sorrisi demoni
Adoro fare queste classifichine cinematografiche, così ho un buon pretesto per riguardarmi i miei film preferiti :D Stavolta si parla di cartoni animati, top 5. Ho deciso di metterne uno per regista però, uno solo della Disney e uno solo di Miyazaki (anche perché sennò, temo che la maggior parte in classifica sarebbero stati suoi). E, secondo, qui non si parla di film d'animazione generale, ma proprio di cartoni, quindi mi dispiace Pixar, mi dispiace Nightmare Before Christmas, ma voi siete fuori (a parte che mi sa che non ci sarebbero entrati comunque).
5. The Hobbit
Mi riferisco alla versione di Ranking e Bass del 1977, tratta dal libro di Tolkien, ovviamente. I due hanno diretto anche un cartone basato sul Ritorno del Re, che considero niente male, però in quest'ultimo ci sono molte lacune per svariate ragioni. Perché è stato girato tra i due film un altro capitolo da Ralph Bakshi che unisce La Compagnia dell'Anello e Le Due Torri in due ore di tempo e che è stato il primo esperimento di riunire immagini vere e cartoni animati, e si è rivelata una gran cagata, Rankin e Bass han deciso di non voler aver niente a che fare con quell'obrobrio e hanno presentato il loro Ritorno del Re come un sequel de Lo Hobbit e basta. Quindi tutto quello che è accaduto nel frattempo viene tranquillamente omesso, diventa un "Frodo e Sam hanno avuto tante avventure e infine sono giunti al Monte Fato". Poi naturalmente si presenta la difficoltà di dover riassumere un libro epico in 100 minuti, e piuttosto che rappresentare molti eventi ma male hanno compiuto la, secondo me, giusta scelta di mostrare solo una parte della storia. La trama gira tutto attorno quindi a Frodo e Sam, alla loro amicizia e ai loro sforzi, altri personaggi come Legolas non si vedono nemmeno. Comunque, ciance a parte, la cosa che mi piace veramente de Lo Hobbit è che si vede che è stato girato da dei veri amanti di Tolkien, non da qualche megalomane che vuol fare un colossal tanto per incassare un mucchio di quattrini (se non è chiaro lo esplicito: mi riferisco a quel gran coglione di Peter Jackson). Per esempio le canzoni, che sono molte nei romanzi tolkeniani, sono musicate e riscritte alla lettera. Il libro dice "Scheggia le coppe, sbriciola i piatti, lame e forchette torci non poco! Ciò Bilbo Baggins odia da matti!", la canzone del film dice "Chip the glasses and crack the plates! Blunt the knives and bend the forks! That's what Bilbo Baggins hates!". Certo che certi pezzi del libro son saltati, ma non si è mai visto un film che rispetti lo scritto originale alla perfezione. Nel cast dei doppiatori spiccano grandi figure come Orson Bean e Otto Preminger, dei signori registi. E lo stile del disegno è adorabile, molto particolare, che però è stato molto criticato. L'unica nota negativa è per la rappresentazione degli elfi silvani: non sono le bellissime creature alte e leggiadre come descritte da Tolkien, ma dei mostriciattoli verdi vestiti di foglie. Ah, in italiano non è stato tradotto ovviamente, noi vogliamo solo tradurre quella schifezza di Bakshi, dei film fatti bene ce ne freghiamo.
4. Momo alla Conquista del Tempo
Romanzo di Michael Ende, trasposto cinematograficamente da Enzo D'Alò. Ora, io provo una grandissima ammirazione per D'Alò e i suoi cartoni (a parte Opopomoz che non considero neanche), son convinta che lui potrebbe trasporre magnificamente L'Occhio del Lupo di Pennac, ogni volta che lo leggo mi immagino le scene col suo stile di disegno, prima o poi gli scriverò una lettera e glielo dirò. Vabè, torniamo a Momo: la protagonista è una bambina misteriosa, venuta da chissà dove, che giunge in un villaggetto. Questa ragazzina ha il potere particolare di far diventare sincere le persone che le stanno attorno e fa comprendere a tutti il potere dell'amicizia. Antagonisti sono invece i signori grigi, che in apparenza sono degli uomini d'affari vestiti tutti uguali. Ciò che non vogliono far sapere è però che sono delle creature che vivono attraverso il tempo rubato agli uomini, e quindi si presentano a casa delle persone convincendole di non aver più tempo e di doverlo risparmiare. Lentamente raggiungono tutti gli abitanti del villaggio, che non si dedicano più alle piccole cose come una partitina a carte con gli amici, un appuntamento con la ragazza o una chiacchierata coi parenti, hanno perennemente il pepe al culo e vogliono solo finire il loro lavoro in meno tempo possibile. In seguito gli uomini grigi raggiungono anche i bambini amici di Momo tramite il successo in televisione o degli insensati giocattolini moderni. L'unica che resta incontagiata è appunto la bambina che rappresenta una minaccia per loro, trasmettendo sentimenti caldi. Seguendo un tartaruga dal guscio luminoso, Cassiopea, lei riesce a sfuggire all'attacco degli uomini grigi, arrivando in un luogo ai confini del tempo, dove non la possono raggiungere, nel dominio di Mastro Ora. Con il suo aiuto la ragazzina infine riuscirà a sconfiggere i nemici e far tornare tutto alla normalità.
Innanzitutto spicca la colonna sonora, con delle stupende canzoni di Gianna Nannini, che creano un'atmosfera soffice e sognatrice. Bellissima scena quando Momo riesce a volare via su delle bolle di sapone, sulle note di Aria. Notevole anche il cast di attori e doppiatori italiani, come Erica Necci (Ginny Weasley nella serie di Harry Potter, il piccolo Kirikù e Chihiro ne La Città Incantata, per dare un'idea), Giancarlo Giannini, Diego Abatantuono (irriconoscibile), Neri Marcorè e Sergio Rubini.
Beh, la morale della favola alla fine si tratta di una critica verso il consumismo e il progresso, che ci fanno perdere di vista il vero motivo per cui si dovrebbe vivere: la felicità. Bisogna dedicarsi alle piccole cose piacevoli della vita, perché è tramite i momenti passati con le persone, o anche gli animali, a cui siamo attaccati, che la vita diventa degna di essere vissuta.
3. Dumbo
Non ne posso più della gente che critica il mio adorato Dumbo. Secondo me il miglior cartone della Disney. Innanzitutto io adoro gli elefanti, e questo è il primo punto a favore. Che poi va bene sì, è un film per bambini, però è bello proprio per questo, perché è semplice, infantile, rappresenta i primi sentimenti che si provano, l'amore per la madre, l'atteggiamento di protezione. Questo penso sia l'unico film che piango ogni volta che lo vedo. Uno si aspetta che dopo il centinaio di volte che l'ho visto mi sia abituata, ormai lo conosco a memoria. Invece non è così, ogni volta che sento le note del coretto della canzone Baby Mine e vedo la proboscide di Mrs. Jumbo avvolgersi attorno all'elefantino non riesco a trattenere le lacrime. Solo a pensarci gli occhi mi diventano acquosi. Una volta tanto gli Academy Awards non hanno toppato ad affidare il premio per migliore colonna sonora a questo piccolo capolavoro. Ma davvero, come si fa a rimanere impassibili vedendo quel musetto tenero scoppiare di felicità davanti alla madre e lei che vorrebbe avvicinarsi ma non può per via delle catene? Viene citata questa scena anche in 1941 - Allarme a Hollywood (uno dei pochi film di Spielberg che mi piacciono, sottovalutatissimo secondo me) quando durante la seconda guerra mondiale, in mezzo al più grande tumulto, Pearl Harbor ecc, il generale a cui è affidato tutto si trova al cinema, guardando Dumbo e piangendo.
Mille persone mi hanno detto che quand'erano piccole avevano paura della scena della marcia degli elefanti rosa. Ma come si fa ad aver paura di un elefante rosa?? Sono sicura che Fellini adorasse quella scena, già che lui era abbastanza fissato con l'ambiente del circo (vedi La Strada o 8 1/2), poi se ci si aggiungono anche le allucinazioni e le scene surreali sarà impazzito.
E il disegno è bello anche quello proprio perché è semplice, non rifinito. Ricordo quand'ero piccola mi metteva tanta angoscia la scena in cui al buio sotto la pioggia dei lavoratori apparentemente senza faccia innalzano il tendone del circo.
Nella versione originale c'è un piccolo gioco di parole che nella traduzione va perso: non è che il piccolo si chiami proprio Dumbo, quando arriva la cicogna la madre decide di chiamarlo Jumbo Junior, ma le elefantesse comari quando vedono le sue grandi orecchie e iniziano a prenderlo in giro dicono "magari dovremmo chiamarlo Dumbo!" (dumb in inglese significa stupido).
2. La Principessa Mononoke
Tra i mille capolavori di Hayao Miyazaki questo è quello che preferisco. Oltre a quella infinita dolcezza tipica di tutti i suoi film è presente un sentimento di forte amore verso la natura, ai giapponesi molto caro, e una critica verso gli uomini che agiscono pensando solo al profitto e non a ciò che possono danneggiare. Il protagonista è Ashitaka, principe di un piccolo villaggio, che viene attaccato un giorno da un demone-cinghiale impazzito. Cercando di salvare il suo paese Ashitaka riesce ad uccidere il demone, ma rimane contagiato dal suo profondo odio e sentimento di vendetta, lasciandogli una grossa piaga sul braccio che lentamente si espande e lo porterà alla morte. Decide quindi di andare incontro al suo destino e cercare il motivo per cui quel cinghiale si sia tramutato. Alla fine del suo viaggio arriva in una cittadella famosa per l'estrazione del ferro, governata da una donna amata da tutti, magnanima con le donne e i lebbrosi e molto gentile col suo popolo. Il posto, però, è in guerra contro gli animali della foresta che sta lì vicino, perché per estrarre i materiali per il ferro la vogliono disboscare. Il cinghiale era infatti una delle creature che proteggeva la foresta, che, in seguito ad essere stato colpito da una pallottola di fucile e che il proiettile inizia a frantumargli le ossa e lacerargli le interiora, è impazzito e fuggito, portando il suo odio altrove. Tra gli animali che vogliono vendetta verso la governatrice della città c'è anche una ragazza, soprannominata Principessa Mononoke (letteralmente significa "spirito vendicativo"), una specie di Mowgli-donna, che è cresciuta con i lupi e che quindi prova il loro stesso amore per la natura. In mezzo a questa guerra Ashitaka è l'unica persona oggettiva che guarda la situazione con occhi non velati dall'odio. Lo definirei un po' il classico eroe, che si presenta in mezzo a una guerra, nonostante tutto riesce a rimanere oggettivo, e risolve tutto.
Disegni veramente, ma veramente stupendi, dei paesaggi come quelli di Hayao Miyazaki non li fa nessuno altro, che riprendono un po' le antiche pitture giapponesi. Poi c'è il fatto che il regista, credo, riprende spesso delle leggende o miti, quindi a volte nei suoi film alcune cose non sono troppo chiare, tipo alcuni personaggi a volte non si capisce cosa siano esattamente, ma penso sia conoscenza comune per i giapponesi. Comunque, il messaggio è chiaro: gli uomini sono spesso dei distruttori della natura che pensano soltanto al loro bene, ma la natura che ci sta tutta attorno ne soffre infinitamente, noi tutti dovremmo imparare a riprendere i contatti con lei ed ascoltarla, non vederla solo come un ostacolo. Poi non c'è da stupirsi se la natura si incazza e si vendica. La stessa morale più o meno di Nausicaa della Valle del Vento.
1. La Collina dei Conigli
Diretto da Martin Rosen tratto dall'omonimo libro di Richard Adams. Spesso, quando io dico che uno dei miei film preferiti si chiama La Collina dei Conigli, la gente mi prende per il culo, pensando che sia una storia per bambini tipo Bambi. No! Non lo è assolutamente! Certo è vero che da bambina io lo guardavo e mi piaceva un sacco, ma sinceramente non ci capivo niente, mi piacevano i disegni e vedere i coniglietti. Le ambientazioni non le definirei per niente adatte a dei bambini, sono abbastanza tetre, e ci sono non pochi combattimenti sanguinolenti. Ok, trama: un coniglio gracilino, Quintilio, inizia ad avere delle visioni riguardo a qualcosa di terribile che sta per accadere alla sua conigliera. Convince una mezza dozzina di conigli infelici a scappare insieme a lui alla ricerca di un posto dove poter fondare una nuova conigliera, dove i conigli più piccoli non saranno maltrattati dall'Ausla (una specie di elite di cui fanno parte i conigli più robusti). Armati solo di questo obiettivo il gruppo supera ostacoli per loro insuperabili, si trova temporaneamente ospite di una conigliera apparentemente perfetta, ma con un macabro e orribile segreto dietro, e affronta anche battaglie, per infine arrivare nel luogo tanto agognato. Ma per fondare una conigliera servono anche delle femmine, ed è qui che entra in gioco un'altra conigliera lì vicino a cui vogliono chiedere qualche coniglia, governata da una specie di dittatore, il sanguinario generale Vulneraria, il loro ultimo ostacolo da affrontare.
Le interpretazioni sono tante. La prima è che il gruppo di conigli protagonisti simboleggi il popolo ebraico in cerca della terra promessa (penso che Adams fosse ebreo). Può essere anche visto come una ricerca della felicità e la libertà, quasi metafora della guerra. La conigliera di Efrafra infatti, quella di cui ho parlato alla fine, può essere vista come un campo di concentramento, dove gli abitanti, se non hanno la fortuna di far parte dell'Ausla, sono comandati a bacchetta, appena sgarrano un minimo, anche se vanno a pascolare ad un orario sbagliato, vengono puniti atrocemente, e fuggire è praticamente impossibile. L'interpretazione che mi piace di più però è che sia l'equivalente di un romanzo epico, solo ambientato nel mondo animale. Se ci si ferma un attimo a pensarci è vero: Quintilio, il visionario, è il corrispondente di Cassandra, Mirtillo è come l'astuto Ulisse, Dente di Leone è Demodoco, il cantastorie dei Feaci, Moscardo l'eroico Enea e Parruccone l'impulsivo e combattivo Achille. L'Odissea narra un viaggio verso casa e l'Eneide la fondazione di un nuova città, no? Sono le stesse identiche cose di cui parla questo libro/cartone, solo che i personaggi non sono umani. E, ovviamente, se vediamo il tutto dagli occhi dei conigli, gli uomini non possono essere altro che il male. E qui si legge una chiara critica verso il progresso e la distruzione della natura, "They'll never rest untill they spoil the earth" (cit.).
5. The Hobbit
Mi riferisco alla versione di Ranking e Bass del 1977, tratta dal libro di Tolkien, ovviamente. I due hanno diretto anche un cartone basato sul Ritorno del Re, che considero niente male, però in quest'ultimo ci sono molte lacune per svariate ragioni. Perché è stato girato tra i due film un altro capitolo da Ralph Bakshi che unisce La Compagnia dell'Anello e Le Due Torri in due ore di tempo e che è stato il primo esperimento di riunire immagini vere e cartoni animati, e si è rivelata una gran cagata, Rankin e Bass han deciso di non voler aver niente a che fare con quell'obrobrio e hanno presentato il loro Ritorno del Re come un sequel de Lo Hobbit e basta. Quindi tutto quello che è accaduto nel frattempo viene tranquillamente omesso, diventa un "Frodo e Sam hanno avuto tante avventure e infine sono giunti al Monte Fato". Poi naturalmente si presenta la difficoltà di dover riassumere un libro epico in 100 minuti, e piuttosto che rappresentare molti eventi ma male hanno compiuto la, secondo me, giusta scelta di mostrare solo una parte della storia. La trama gira tutto attorno quindi a Frodo e Sam, alla loro amicizia e ai loro sforzi, altri personaggi come Legolas non si vedono nemmeno. Comunque, ciance a parte, la cosa che mi piace veramente de Lo Hobbit è che si vede che è stato girato da dei veri amanti di Tolkien, non da qualche megalomane che vuol fare un colossal tanto per incassare un mucchio di quattrini (se non è chiaro lo esplicito: mi riferisco a quel gran coglione di Peter Jackson). Per esempio le canzoni, che sono molte nei romanzi tolkeniani, sono musicate e riscritte alla lettera. Il libro dice "Scheggia le coppe, sbriciola i piatti, lame e forchette torci non poco! Ciò Bilbo Baggins odia da matti!", la canzone del film dice "Chip the glasses and crack the plates! Blunt the knives and bend the forks! That's what Bilbo Baggins hates!". Certo che certi pezzi del libro son saltati, ma non si è mai visto un film che rispetti lo scritto originale alla perfezione. Nel cast dei doppiatori spiccano grandi figure come Orson Bean e Otto Preminger, dei signori registi. E lo stile del disegno è adorabile, molto particolare, che però è stato molto criticato. L'unica nota negativa è per la rappresentazione degli elfi silvani: non sono le bellissime creature alte e leggiadre come descritte da Tolkien, ma dei mostriciattoli verdi vestiti di foglie. Ah, in italiano non è stato tradotto ovviamente, noi vogliamo solo tradurre quella schifezza di Bakshi, dei film fatti bene ce ne freghiamo.
4. Momo alla Conquista del Tempo
Romanzo di Michael Ende, trasposto cinematograficamente da Enzo D'Alò. Ora, io provo una grandissima ammirazione per D'Alò e i suoi cartoni (a parte Opopomoz che non considero neanche), son convinta che lui potrebbe trasporre magnificamente L'Occhio del Lupo di Pennac, ogni volta che lo leggo mi immagino le scene col suo stile di disegno, prima o poi gli scriverò una lettera e glielo dirò. Vabè, torniamo a Momo: la protagonista è una bambina misteriosa, venuta da chissà dove, che giunge in un villaggetto. Questa ragazzina ha il potere particolare di far diventare sincere le persone che le stanno attorno e fa comprendere a tutti il potere dell'amicizia. Antagonisti sono invece i signori grigi, che in apparenza sono degli uomini d'affari vestiti tutti uguali. Ciò che non vogliono far sapere è però che sono delle creature che vivono attraverso il tempo rubato agli uomini, e quindi si presentano a casa delle persone convincendole di non aver più tempo e di doverlo risparmiare. Lentamente raggiungono tutti gli abitanti del villaggio, che non si dedicano più alle piccole cose come una partitina a carte con gli amici, un appuntamento con la ragazza o una chiacchierata coi parenti, hanno perennemente il pepe al culo e vogliono solo finire il loro lavoro in meno tempo possibile. In seguito gli uomini grigi raggiungono anche i bambini amici di Momo tramite il successo in televisione o degli insensati giocattolini moderni. L'unica che resta incontagiata è appunto la bambina che rappresenta una minaccia per loro, trasmettendo sentimenti caldi. Seguendo un tartaruga dal guscio luminoso, Cassiopea, lei riesce a sfuggire all'attacco degli uomini grigi, arrivando in un luogo ai confini del tempo, dove non la possono raggiungere, nel dominio di Mastro Ora. Con il suo aiuto la ragazzina infine riuscirà a sconfiggere i nemici e far tornare tutto alla normalità.
Innanzitutto spicca la colonna sonora, con delle stupende canzoni di Gianna Nannini, che creano un'atmosfera soffice e sognatrice. Bellissima scena quando Momo riesce a volare via su delle bolle di sapone, sulle note di Aria. Notevole anche il cast di attori e doppiatori italiani, come Erica Necci (Ginny Weasley nella serie di Harry Potter, il piccolo Kirikù e Chihiro ne La Città Incantata, per dare un'idea), Giancarlo Giannini, Diego Abatantuono (irriconoscibile), Neri Marcorè e Sergio Rubini.
Beh, la morale della favola alla fine si tratta di una critica verso il consumismo e il progresso, che ci fanno perdere di vista il vero motivo per cui si dovrebbe vivere: la felicità. Bisogna dedicarsi alle piccole cose piacevoli della vita, perché è tramite i momenti passati con le persone, o anche gli animali, a cui siamo attaccati, che la vita diventa degna di essere vissuta.
3. Dumbo
Non ne posso più della gente che critica il mio adorato Dumbo. Secondo me il miglior cartone della Disney. Innanzitutto io adoro gli elefanti, e questo è il primo punto a favore. Che poi va bene sì, è un film per bambini, però è bello proprio per questo, perché è semplice, infantile, rappresenta i primi sentimenti che si provano, l'amore per la madre, l'atteggiamento di protezione. Questo penso sia l'unico film che piango ogni volta che lo vedo. Uno si aspetta che dopo il centinaio di volte che l'ho visto mi sia abituata, ormai lo conosco a memoria. Invece non è così, ogni volta che sento le note del coretto della canzone Baby Mine e vedo la proboscide di Mrs. Jumbo avvolgersi attorno all'elefantino non riesco a trattenere le lacrime. Solo a pensarci gli occhi mi diventano acquosi. Una volta tanto gli Academy Awards non hanno toppato ad affidare il premio per migliore colonna sonora a questo piccolo capolavoro. Ma davvero, come si fa a rimanere impassibili vedendo quel musetto tenero scoppiare di felicità davanti alla madre e lei che vorrebbe avvicinarsi ma non può per via delle catene? Viene citata questa scena anche in 1941 - Allarme a Hollywood (uno dei pochi film di Spielberg che mi piacciono, sottovalutatissimo secondo me) quando durante la seconda guerra mondiale, in mezzo al più grande tumulto, Pearl Harbor ecc, il generale a cui è affidato tutto si trova al cinema, guardando Dumbo e piangendo.
Mille persone mi hanno detto che quand'erano piccole avevano paura della scena della marcia degli elefanti rosa. Ma come si fa ad aver paura di un elefante rosa?? Sono sicura che Fellini adorasse quella scena, già che lui era abbastanza fissato con l'ambiente del circo (vedi La Strada o 8 1/2), poi se ci si aggiungono anche le allucinazioni e le scene surreali sarà impazzito.
E il disegno è bello anche quello proprio perché è semplice, non rifinito. Ricordo quand'ero piccola mi metteva tanta angoscia la scena in cui al buio sotto la pioggia dei lavoratori apparentemente senza faccia innalzano il tendone del circo.
Nella versione originale c'è un piccolo gioco di parole che nella traduzione va perso: non è che il piccolo si chiami proprio Dumbo, quando arriva la cicogna la madre decide di chiamarlo Jumbo Junior, ma le elefantesse comari quando vedono le sue grandi orecchie e iniziano a prenderlo in giro dicono "magari dovremmo chiamarlo Dumbo!" (dumb in inglese significa stupido).
2. La Principessa Mononoke
Tra i mille capolavori di Hayao Miyazaki questo è quello che preferisco. Oltre a quella infinita dolcezza tipica di tutti i suoi film è presente un sentimento di forte amore verso la natura, ai giapponesi molto caro, e una critica verso gli uomini che agiscono pensando solo al profitto e non a ciò che possono danneggiare. Il protagonista è Ashitaka, principe di un piccolo villaggio, che viene attaccato un giorno da un demone-cinghiale impazzito. Cercando di salvare il suo paese Ashitaka riesce ad uccidere il demone, ma rimane contagiato dal suo profondo odio e sentimento di vendetta, lasciandogli una grossa piaga sul braccio che lentamente si espande e lo porterà alla morte. Decide quindi di andare incontro al suo destino e cercare il motivo per cui quel cinghiale si sia tramutato. Alla fine del suo viaggio arriva in una cittadella famosa per l'estrazione del ferro, governata da una donna amata da tutti, magnanima con le donne e i lebbrosi e molto gentile col suo popolo. Il posto, però, è in guerra contro gli animali della foresta che sta lì vicino, perché per estrarre i materiali per il ferro la vogliono disboscare. Il cinghiale era infatti una delle creature che proteggeva la foresta, che, in seguito ad essere stato colpito da una pallottola di fucile e che il proiettile inizia a frantumargli le ossa e lacerargli le interiora, è impazzito e fuggito, portando il suo odio altrove. Tra gli animali che vogliono vendetta verso la governatrice della città c'è anche una ragazza, soprannominata Principessa Mononoke (letteralmente significa "spirito vendicativo"), una specie di Mowgli-donna, che è cresciuta con i lupi e che quindi prova il loro stesso amore per la natura. In mezzo a questa guerra Ashitaka è l'unica persona oggettiva che guarda la situazione con occhi non velati dall'odio. Lo definirei un po' il classico eroe, che si presenta in mezzo a una guerra, nonostante tutto riesce a rimanere oggettivo, e risolve tutto.
Disegni veramente, ma veramente stupendi, dei paesaggi come quelli di Hayao Miyazaki non li fa nessuno altro, che riprendono un po' le antiche pitture giapponesi. Poi c'è il fatto che il regista, credo, riprende spesso delle leggende o miti, quindi a volte nei suoi film alcune cose non sono troppo chiare, tipo alcuni personaggi a volte non si capisce cosa siano esattamente, ma penso sia conoscenza comune per i giapponesi. Comunque, il messaggio è chiaro: gli uomini sono spesso dei distruttori della natura che pensano soltanto al loro bene, ma la natura che ci sta tutta attorno ne soffre infinitamente, noi tutti dovremmo imparare a riprendere i contatti con lei ed ascoltarla, non vederla solo come un ostacolo. Poi non c'è da stupirsi se la natura si incazza e si vendica. La stessa morale più o meno di Nausicaa della Valle del Vento.
1. La Collina dei Conigli
Diretto da Martin Rosen tratto dall'omonimo libro di Richard Adams. Spesso, quando io dico che uno dei miei film preferiti si chiama La Collina dei Conigli, la gente mi prende per il culo, pensando che sia una storia per bambini tipo Bambi. No! Non lo è assolutamente! Certo è vero che da bambina io lo guardavo e mi piaceva un sacco, ma sinceramente non ci capivo niente, mi piacevano i disegni e vedere i coniglietti. Le ambientazioni non le definirei per niente adatte a dei bambini, sono abbastanza tetre, e ci sono non pochi combattimenti sanguinolenti. Ok, trama: un coniglio gracilino, Quintilio, inizia ad avere delle visioni riguardo a qualcosa di terribile che sta per accadere alla sua conigliera. Convince una mezza dozzina di conigli infelici a scappare insieme a lui alla ricerca di un posto dove poter fondare una nuova conigliera, dove i conigli più piccoli non saranno maltrattati dall'Ausla (una specie di elite di cui fanno parte i conigli più robusti). Armati solo di questo obiettivo il gruppo supera ostacoli per loro insuperabili, si trova temporaneamente ospite di una conigliera apparentemente perfetta, ma con un macabro e orribile segreto dietro, e affronta anche battaglie, per infine arrivare nel luogo tanto agognato. Ma per fondare una conigliera servono anche delle femmine, ed è qui che entra in gioco un'altra conigliera lì vicino a cui vogliono chiedere qualche coniglia, governata da una specie di dittatore, il sanguinario generale Vulneraria, il loro ultimo ostacolo da affrontare.
Le interpretazioni sono tante. La prima è che il gruppo di conigli protagonisti simboleggi il popolo ebraico in cerca della terra promessa (penso che Adams fosse ebreo). Può essere anche visto come una ricerca della felicità e la libertà, quasi metafora della guerra. La conigliera di Efrafra infatti, quella di cui ho parlato alla fine, può essere vista come un campo di concentramento, dove gli abitanti, se non hanno la fortuna di far parte dell'Ausla, sono comandati a bacchetta, appena sgarrano un minimo, anche se vanno a pascolare ad un orario sbagliato, vengono puniti atrocemente, e fuggire è praticamente impossibile. L'interpretazione che mi piace di più però è che sia l'equivalente di un romanzo epico, solo ambientato nel mondo animale. Se ci si ferma un attimo a pensarci è vero: Quintilio, il visionario, è il corrispondente di Cassandra, Mirtillo è come l'astuto Ulisse, Dente di Leone è Demodoco, il cantastorie dei Feaci, Moscardo l'eroico Enea e Parruccone l'impulsivo e combattivo Achille. L'Odissea narra un viaggio verso casa e l'Eneide la fondazione di un nuova città, no? Sono le stesse identiche cose di cui parla questo libro/cartone, solo che i personaggi non sono umani. E, ovviamente, se vediamo il tutto dagli occhi dei conigli, gli uomini non possono essere altro che il male. E qui si legge una chiara critica verso il progresso e la distruzione della natura, "They'll never rest untill they spoil the earth" (cit.).
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