E' un sacco di tempo che non scrivo niente, e a dir la verità non ne ho nemmeno tanta voglia, ma devo assolutamente scrivere qualcosa su questo film che mi ha molto colpita. Il regista è Charlie Kaufman, secondo me uno dei più grandi sceneggiatori, autore di pellicole un po' surreali come Eternal Sunshine of the Spotless Mind e Human Nature, di Michel Gondry, o Essere John Malkovich e Adaptation (Il Ladro di Orchidee) di Spike Jonze (che tra l'altro sti due registi sono considerati, insieme a Floria Sigismondi, la santa trinità dei video musicali). Trovandomi di fronte un film non solo ideato, ma anche prodotto e diretto da Kaufman, ho subito pensato che avrebbe fatto il passo più lungo della gamba, facendosi prendere da manie di grandezza, e invece devo dire che non è proprio niente male come regista. Sin dai primi minuti dà all'occhio come riesca a dare alle azioni e ai dialoghi un ulteriore senso di quotidianità e naturalezza: nella primissima scena il protagonista, Caden, interpretato da Phillip Seymour Hoffman, si sveglia e si alza dal letto. Già da queste piccolezze si nota la bravura del regista e il tono che avrà il resto del film. Infatti il tutto avviene esattamente come lo farei io, o chiunque altro: se ne sta sdraiato a fissare il vuoto per qualche secondo che sembra infinito. Si gira di fianco. Vede la sua immaigne riflessa allo specchio. Sta fermo a fissare se stesso per qualche altro secondo. Si mette gli occhiali e continua a guardarsi.
Insomma, trama: Caden è un regista teatrale sposato a un'artista di miniature e con una bambina di 4 anni. In seguito a un suo grande successo, gli viene messo a disposizione un enorme teatro in cui realizzare qualcosa di spettacolare. A lui viene l'idea di modellare un copia di quella che è la vita vera, basandosi sulla propria, creando un enorme quartiere in cui attori reciteranno. Intanto, la moglie e la figlia lo abbandonano e se ne vanno a Berlino. Gli anni passano senza che lo spettatore se ne renda nemmeno conto, e il set teatrale continua a ingrandirsi, sempre più attori vengono ingaggiati, ma lo spettacolo non è ancora pronto. Vengono presi anche degli attori per fare il ruolo di Caden e la sua segretaria, con cui è sempre stato coinvolto emotivamente, e la vita reale inizia a mescolarsi con la finzione: non si capisce più quali luoghi siano scenografie e quali no, cosa accada veramente o sia solo improvvisazione. Anche gli attori cominciano a diventare troppo somiglianti alla persona che devono imitare, l'interprete del protagonista finisce con l'avere le stesse emozioni depresse di Caden, e per un periodo Hazel, la segretaria, preferisce questo a Caden. So che questa mia specie di riassunto non è soddisfacente, ma è talmente difficile parlare di qualcosa così confusionario e non lineare. La trama alla fine non ha nemmeno tanta importanza. Finisce che piano piano tutte le persone che lo circondano muoiono ed è come se Caden si svegliasse da un lungo coma, e per lo spettatore, o almeno per me, è come se avesse vissuto lui stesso tutta la vita del protagonista e come se anche lui stesse per morire.
Credo che il senso di questo film si possa riassumere in una frase... Ne Il Favoloso Mondo di Amelie c'è il perosnaggio di uno scrittore fallito che ogni tanto tira fuori qualche bell'aneddoto, ma nessuno se lo fila, verso l'inizio dice qualcosa tipo "La vita è la continua improvvisazione di uno spettacolo che non andrà mai in scena". Ma descrive anche un po', come dire, il senso della nostra esistenza: la vita non è rose e fiori, anzi, è un continuo complesso di dispiaceri, preoccupazioni, ansie e un senso di inadeguatezza.
Il titolo è un gioco di parole tra Schenectady, il quartiere di New York in cui si svolge la storia, e la sineddoche, figura retorica che sta a indicare una parte per il tutto. E il motivo è che il set teatrale per il protagonista e per chiunque altro che ci abbia a che fare sta per il mondo intero, quello che accade lì è quello che accade ovunque.
Conclusione: CHARLIE KAUFMAN é UN GENIO. DIECI.
giovedì 2 luglio 2009
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